Che cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero?
L’argomento mette un po’ di inquietudine, proprio perché è una domanda retorica di cui tutti possiamo intravedere i foschi contorni della risposta. Ma chi ha il coraggio o l’incoscienza di voler testardamente guardare al futuro, non può che porsi un’altra domanda: cosa racconteremo di questi anni dieci, che sono appena iniziati? Uno sguardo in avanti e uno all’indietro. Forse è il caso di fare un passo di lato? Forse è il momento di fermarsi un attimo. E ammettere che non siamo in grado di prevedere il futuro. Ma una piccola certezza forse ce l’abbiamo: sappiamo quello che non vogliamo di questi anni dieci. Almeno per quanto riguarda la musica. Non vogliamo consegnare ai giovani di domani un mondo imperniato sulla logica dei talent show del piccolo schermo. Perché da un lato essi non sono altro che la trasformazione in una macchina da soldi di un prodotto commerciale preconfezionato che poco o nulla ha da spartire con l’urgenza espressiva e con la creatività artistica, dall’altro assume sempre più un ruolo altamente diseducativo nei confronti dei più giovani, fornendo consapevolmente loro il pretesto per illudersi che chiunque – anche chi obiettivamente non ne ha le capacità – possa aspirare, tramite la scorciatoia televisiva, a diventare famoso senza versare una goccia di sudore. Non vogliamo nemmeno più sentire parlare delle finte classifiche radiofoniche che determinano le vendite dei brani musicali (perché è ovvio a tutti che è questo quello che è sempre successo, e non il contrario), tantomeno in anni in cui i supporti digitali rendono palesemente obsolete le finzioni di queste occulte strategie di vendita.
Non si mette in discussione il sacrosanto principio del de gustibus non disputandum est: qui si tratta solamente di iniziare a reagire a queste logiche commerciali per offrire una possibilità diversa ai giovani di domani: la possibilità di crescere sapendo che c’è un’alternativa. Starà a loro, poi, trarre le conclusioni per capire da che parte stiano la finzione commerciale e la passione vera.
Noi gli anni dieci vorremmo immaginarceli con meno radio, meno tv e con un po’ più di sudore sui palchi e fuori.
Nel settembre del 2005 abbiamo deciso di dare concretezza ad alcuni strani ronzii che da un po' di tempo ci giravano nella testa e abbiamo deciso di fondare l'Associazione Helios. Il nostro obiettivo è di contribuire a diffondere tra i giovani la cultura dell'arte, della letteratura e della musica.
Il punto di riferimento per ogni nostra attività è sempre stato quello di perseguire il criterio di originalità, per offrire al pubblico un punto di vista diverso, non necessariamente legato ai gusti mainstream.
Goose è preso dall'inglese e significa oca. Perché a noi le oche, o meglio, i ochi, stanno simpatici. Non sono bellissimi, sono schivi, talvolta aggressivi, spesso hanno un’aria intontita. Ma l’apparenza a volte inganna.
Nel fossato che circonda il castello di Zevio, dove si tiene il Goose Festival, vive una folta comunità di oche. Da tempo immemore gli abitanti di Zevio sono stati etichettati sarcasticamente come i ochi. Forse a ragione, forse a torto.
A noi però questo paragone piace. E a noi l’apparenza non interessa.
Associazione Culturale Helios
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